Il governo yemenita ha annunciato ufficialmente l’avvio di una “guerra totale” finalizzata a riconquistare i territori attualmente sotto il controllo degli Houthi, il movimento ribelle sciita che dal 2014 occupa la capitale Sanaa e vaste aree del nord del paese. L’annuncio, diffuso dal presidente yemenita, rappresenta una svolta significativa in un conflitto che ha già causato una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.
La dichiarazione giunge in un momento di forte tensione militare: nelle ultime settimane si è registrato un intensificarsi degli scambi di attacchi tra gli Houthi e la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che dal 2015 sostiene militarmente il governo yemenita. Secondo fonti locali e rapporti internazionali, entrambe le parti hanno condotto operazioni aeree e terrestri, colpendo obiettivi strategici e infrastrutture, con un bilancio di vittime civili in costante aumento.
Il conflitto yemenita, iniziato con la presa di Sanaa da parte degli Houthi nel settembre 2014, si è trasformato in una guerra per procura che coinvolge potenze regionali e internazionali. La coalizione a guida saudita, appoggiata da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, interviene a sostegno del governo riconosciuto dall’ONU, mentre gli Houthi ricevono sostegno dall’Iran, secondo accuse ripetute dalla comunità internazionale ma negate da Teheran.
L’annuncio di una “guerra totale” solleva interrogativi sulla fattibilità di una soluzione militare. Gli Houthi, nonostante anni di bombardamenti e offensive terrestri, mantengono il controllo delle aree più popolose e hanno dimostrato capacità di resistenza e di attacco, inclusi lanci di missili e droni contro obiettivi in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Il governo yemenita, frattanto, opera da Aden, nel sud, e fatica a esercitare un’autorità effettiva su tutto il territorio nazionale.
Le organizzazioni umanitarie avvertono che un’ulteriore escalation militare peggiorerebbe drammaticamente le condizioni di milioni di yemeniti. Secondo le Nazioni Unite, oltre 21 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria, mentre la malnutrizione acuta colpisce milioni di bambini. Le infrastrutture sanitarie, idriche e educative sono state decimati da anni di combattimenti.
La comunità internazionale, pur condannando le violazioni da entrambe le parti, continua a spingere per una soluzione negoziata. Gli sforzi di mediazione dell’ONU, guidati dall’inviato speciale Hans Grundberg, hanno finora prodotto solo tregue temporanee e parziali. L’annuncio di una guerra totale rischia di minare ulteriormente questi tentativi diplomatici, spingendo le parti verso uno scontro frontale dai costi imprevedibili.
Analisti militari osservano che una campagna per “riconquistare la terra” richiederebbe risorse, coordinamento e sostegno popolare che il governo yemenita fatica a mobilitare. La frammentazione delle forze anti-Houthi, le rivalità tribali e la presenza di gruppi estremisti come Al-Qaeda nella penisola arabica (AQAP) complicano ulteriormente lo scenario.
Mentre la retorica bellicosa si intensifica, la popolazione civile rimane intrappolata in un conflitto che non mostra segni di cedimento. La dichiarazione di guerra totale potrebbe essere tanto un segnale di determinazione politica quanto un tentativo di rafforzare la posizione negoziale del governo in vista di eventuali futuri colloqui. Tuttavia, la storia recente del conflitto yemenita insegna che le offensive militari su larga scala hanno spesso portato a stalli sanguinosi piuttosto che a vittorie decisive.
Nei prossimi giorni sarà cruciale monitorare se l’annuncio si tradurrà in operazioni militari su vasta scala o rimarrà una dichiarazione politica. Intanto, gli yemeniti continuano a pagare il prezzo più alto di una guerra che ha distrutto il tessuto sociale ed economico del paese più povero della penisola arabica.

