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Nepal, le vittime invisibili delle alluvioni: centinaia di dispersi non risultano morti per la burocrazia

Le famiglie non possono accedere ai risarcimenti né chiudere il lutto senza il certificato di morte. Il governo fatica a emanare le dichiarazioni di decesso presunto mentre i corpi non vengono ritrovati

Mesi dopo le devastanti alluvioni monsoniche che hanno colpito il Nepal, centinaia di persone date per disperse non risultano ufficialmente decedute. L'assenza del certificato di morte blocca indennizzi, successioni e pensioni, condannando i parenti a un limbo legale ed economico. Le procedure per la dichiarazione di morte presunta sono lente e farraginose, mentre le autorità locali ammettono carenze di risorse e coordinamento.

KATHMANDU — Sono passati quattro mesi dalle piogge torrenziali che a fine giugno hanno fatto straripare fiumi e torrenti in una trentina di distretti nepalesi, ma per decine di famiglie il conto delle vittime resta aperto. Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Affari Interni, le alluvioni e le frane conseguenti hanno causato almeno 217 morti accertati e 43 dispersi ufficiali. Tuttavia, organizzazioni locali e leader comunitari stimano che il numero reale di persone portate via dalle acque e mai ritrovate sia almeno il doppio, forse il triplo.

Il nodo è burocratico: in Nepal la dichiarazione di morte presunta richiede un iter che può durare anni. La legge prevede che un tribunale distrettuale possa emettere il certificato solo dopo sette anni dalla scomparsa, salvo casi eccezionali legati a calamità naturali dove il termine scende a un anno. Ma anche questa procedura accelerata richiede una denuncia formale, testimonianze giurate, un rapporto di polizia e il nulla osta dell’ufficio distrettuale di amministrazione — passaggi che molti villaggi remoti faticano a completare per mancanza di personale, moduli e connessione internet.

“Mio figlio era sul ponte quando l’onda l’ha travolto. Tre persone l’hanno visto cadere, ma il suo corpo non è mai riemerso”, racconta Ram Bahadur Thapa, 58 anni, contadino di Sindhupalchok, uno dei distretti più colpiti. “Ho presentato la denuncia in luglio. A ottobre mi hanno detto che manca il rapporto della polizia perché l’agente del posto è stato trasferito e il nuovo non ha ancora preso in carico il fascicolo. Senza il certificato non posso chiedere il sussidio di 200.000 rupie (circa 1.400 euro) promesso dal governo, né accedere al conto in banca di mio figlio per pagare i debiti della famiglia”.

La situazione è aggravata dalla geografia del paese. Molte delle zone colpite sono accessibili solo a piedi o con elicottero, e le piogge monsoniche hanno distrutto ponti e strade, rallentando il lavoro degli ufficiali di stato civile. In alcuni distretti, come Dolakha e Rasuwa, gli uffici anagrafici hanno funzionato a singhiozzo per settimane. “Abbiamo 14 richieste di morte presunta ferme da mesi”, ammette un funzionario dell’Ufficio Distrettuale di Sindhupalchok che chiede anonimato. “Mancano moduli prestampati, il software per la registrazione digitale va in crash, e il personale è lo stesso che deve gestire l’emergenza sfollati”.

Le ong locali denunciano anche disparità di trattamento. Le famiglie che riescono a produrre foto, documenti d’identità o testimoni oculari ottengono risposte più rapide. Chi viveva in capanne informali, senza documenti registrati, si trova in una trappola: non può provare l’esistenza del parente, quindi non può provarne la morte. “È un circolo vizioso che colpisce i più poveri”, osserva Sunita Sharma, avvocata di Forum for Women, Law and Development, ong che assiste le vittime. “Lo stato dovrebbe attivare procedure d’ufficio basate sugli elenchi dei dispersi compilati subito dopo il disastro, invece di gravare sui parenti”.

Il governo ha annunciato a settembre un “pacchetto semplificato” per le vittime delle alluvioni: moduli unici, sportelli mobili nei distretti montani e una task force interministeriale. Finora, però, solo tre distretti su trenta hanno ricevuto i moduli aggiornati. Il Ministero della Gestione Federale e degli Affari Generali ha promesso una circolare entro fine ottobre per estendere la procedura accelerata a tutti i casi segnalati entro il 31 luglio, ma le associazioni dei familiari temono nuovi rinvii.

Intanto, le conseguenze si riverberano sull’economia domestica. Vedove e orfani non possono incassare le pensioni di reversibilità, né vendere o ipotecare terreni intestati ai dispersi per far fronte alle spese mediche e alla ricostruzione. Alcune banche hanno bloccato i conti in attesa del certificato, altre accettano una dichiarazione giurata del capofamiglia ma applicano tassi d’interesse più alti sui prestiti ponte. “Viviamo in sospeso”, dice Maya Gurung, 42 anni, madre di due figli, il marito disperso a Nuwakot. “Non possiamo fare il lutto, non possiamo rifarci una vita. Siamo fantasmi per la legge, mentre i nostri morti lo sono per il fiume”

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